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Con un “menu” che proponeva un personaggio del calibro di Annibale carataginese ed un “cuoco” dello spessore dello storico Giovanni Brizzi, si è presentata una ghiotta serata per i convitati del Cenacolo:

Il relatore, più che soffermarsi sulle imprese del grande generale cartaginese ha delineato magistralmente i suoi risvolti caratteriali e culturali che ne hanno guidato le azioni. Anzitutto la cultura da cui era stato plasmato era quella greca (suo maestro era stato lo stratega spartano Santippo) tanto che nella sua personalità militare si fondevano il valore di Achille e l’astuzia di Ulisse, doti che hanno caratterizzato il suo modo di agire sul campo, improntato a genialità e spregiudicatezza. Al contrario il comportamento militare dei romani era basato sul rispetto di regole rigorose, che rispecchiavano la suddivisione in classi della società .

Comunque Annibale, nonostante le sue eccezionali doti era predestinato alla sconfitta. Egli combatteva per una città stato, contro quella che era ormai una nazione vera e propria, Roma, che era in grado di mettere in campo più eserciti su di un fronte amplissimo, di inviarli ad intercettare i rinforzi, punire le città sue alleate (vedi Siracusa) ed infine sbarcare in Africa a minacciare Cartagine stessa, mentre egli ancora vagava per l’Italia.
Brizzi a differenza dei più sostiene che il capolavoro di Annibale non fu Canne, ma fu proprio a Zama dove egli diede il meglio di se, intuendo cosa avrebbe fatto il suo avversario Scipione e predisponendo il piano adeguato. Fu ad un pelo dalla vittoria, frustata dall’arrivo in extremis dei rinforzi di cavalleria nemici. Proprio come accadde a Napoleone a Waterloo. Bisogna però considerare che sia per l’uno che per l’altro il tempo era scaduto, e la storia non concede proroghe.Â

 


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